Nel loro studio Noosemia: toward a Cognitive and Phenomenological Account of Intentionality Attribution in Human–Generative AI Interaction, Enrico De Santis e Antonello Rizzi descrivono un fenomeno inedito che sta emergendo nell’era delle intelligenze artificiali generative.
Con modelli come ChatGPT o Gemini, l’interazione uomo-macchina ha assunto una forma mai vista prima. Non si tratta più di ricevere semplici risposte, ma di vivere conversazioni fluide, contestuali e sorprendentemente pertinenti. Questo porta molti utenti a sperimentare ciò che gli autori chiamano Noosemia.
Il termine nasce dalla fusione delle parole greche noûs (mente) e sēmeîon (segno) e indica la tendenza ad attribuire a un’IA stati mentali, intenzioni e persino una sorta di interiorità. Non è il vecchio antropomorfismo legato all’aspetto fisico, ma una proiezione innescata dalla performance linguistica e dalla capacità del sistema di creare significati coerenti e creativi.
Come spiegano De Santis e Rizzi, questo accade spesso attraverso quello che chiamano wow effect, ovvero il momento in cui la risposta dell’IA appare così puntuale e ingegnosa da sembrare frutto di un’intelligenza autentica. A rendere più forte questa impressione contribuisce l’opacità dei meccanismi interni dei modelli, che rimangono in gran parte incomprensibili anche agli esperti. La “scatola nera” dell’IA alimenta così l’illusione di una mente dietro le parole.
Gli autori individuano anche l’altra faccia della medaglia, l’a-noosemia, cioè la fine di questa proiezione. Può avvenire per abitudine, per errori ricorrenti o per risposte chiaramente errate. In questi casi, l’IA torna a essere percepita come un mero strumento, e non come un interlocutore.
De Santis e Rizzi notano che Noosemia e a-noosemia si alternano nel tempo e che le fasi di sorpresa potrebbero intensificarsi con l’avvento di sistemi multimodali e agenti autonomi. Colpisce il parallelo con l’Eliza Effect, osservato negli anni Sessanta, quando un programma molto semplice riusciva a suscitare negli utenti l’impressione di empatia. La differenza è che oggi i modelli operano su una scala di complessità e coerenza linguistica enormemente superiore.
È interessante notare come gli autori fondano l’effetto noosemico su aspetti squisitamente tecnici e cioè sulle caratteristiche costitutive delle IA attuali inquadrandole nell’ambito dei sistemi complessi e dei fenomeni emergenti. Un approccio supportato da numerose evidenze scientifiche.
Per gli autori, la Noosemia non è solo un tema tecnologico ma una questione cognitiva e culturale. Capire come e perché attribuiamo intenzioni alle macchine significa imparare a navigare in quella che definiscono una “ecologia delle menti”, in cui intelligenze umane e artificiali si influenzano e co-creano significati, confondendo i confini tra segno e mente, tra illusione e comprensione.
Questo è il link allo studio: https://arxiv.org/abs/2508.02622

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